Ovvero due-ma-proprio-due-paroline su tre film visti di recente.

– Cloud Atlas

Cloud Atlas è un film che stupisce (e tradisce).
La vittima è lo spettatore non attento. Quello che non vede i trailer finchè non li danno in tv durante la pubblicità di Futurama, che non segue l’uscita dei film in USA tre mesi prima che escano in Burundi Italia, che scopre dell’esistenza di interi generi narrativi guardando le locandine nel cinema e si ricorda della notte degli Oscar solo leggendone su repubblica.it una settimana dopo che è finita (il primo esempio che mi viene in mente: io).
Ecco, questa particolare tipologia di utenza potrebbe essersi approcciata a Cloud Atlas nella maniera sbagliata.

“Un’astronave! Ma allora è davvero un film di fantascienza!”
“Tranquilla, passa subito.” 

D’altronde se il primo sguardo distratto (“dai creatori della trilogia di Matrix”) viene confermato da una semi-attenta lettura della programmazione del cinema più vicino (“genere: fantascienza”) è plausibile iniziare la visione aspettandosi astronavi, sparatorie, botte da orbi in slow-motion, sbrodolose teorie sofisticat/cazzeggianti sul senso della vita e dell’universo-tutto, ancora un paio di sparatorie e finalone a effetto che non spiega una cippalippa.
E invece Cloud Atlas ti stupisce, ti tradisce e infine ti sorprende.

Che oltre ai Wachowski Bros ci fosse un altro sceneggiatore avresti in realtà dovuto capirlo già dalla locandina del film, ma la cosa diventa evidente dopo un’ora di velieri, piantagioni di caffè, musicisti dai gusti sessuali alternativi e indagini da serial televisivo anni ’80. In tutto questo, poca sci-fi ma soprattutto poco post-apocalitticismo, cortecce cerebrali connesse ad internet e pippe su realtà alternative/parallele/concentriche alla nostra.

“Tu cade, io afferra!”
“Ok, ma come hai fatto senza mani?” 

Il senso di questo esperimento [prima di tutto narrativo] emerge alla fine del film, mostrandoci Cloud Atlas per quello che è realmente, all’essenza: una bellissima fiaba, un racconto secolare che abbraccia e lega tra di loro sei diverse generazioni.
Lo stesso spettatore di cui prima, trascinato da un montaggio esaltante (vero valore aggiunto del film), viene accompagnato per -quasi- tre ore senza colpo ferire. La metrica è rigorosa, scandita dalle sei vicende che danno corpo alla trama generale fino ad arrivare alla conclusione delle stesse [e con esse dell’intera storia].
Se un difetto si può trovare, forse è proprio nella scarsa consistenza di queste trame e del legame abbastanza debole che le unisce. Manca l’elemento forte, il twist che ti ribalta la trama e ti fa riconsiderare il tutto sotto una luce diversa.

Alla fine quel che resta di Cloud Atlas è tutto lì. Una bella fiaba di quelle che ti raccontava tuo nonno, magari attorno ad un fuoco in una splendida notte stellata.
Oppure non ci ho capito un cazzo.

Voto: 5/6

Su una scala che va da “non c’è niente da capire” a “non ci ho capito un cazzo, ma sono sicuro che merita”.

– REC 3 – La Genesi

Prendete una serie di successo, basata su un genere alla moda e su una tecnica di ripresa riconoscibile. Fatto?
Ora trovate una location interessante e poco sfruttata in questo genere di film, ma potenzialmente in grado di fornire interessanti spunti narrativi. Fatto?
Bene.
Ora togliete la tecnica di ripresa particolare e aggiungete splatter a volontà, stando ben attenti a diluire eventuali momenti di interesse. Mescolate con abbondanti dosi di humour involontario, dialoghi banali e situazioni inverosimili e otterrete REC 3 – La Genesi.

“Oh cristo! Ci siamo dimenticati di invitare il vicino del miglior amico delle elementari di tuo cugino di terzo grado emigrato in Uzbekistan!” “…ecco, lo sapevo che qualcosa sarebbe andato storto!”

Momenti di interesse nel mare di noia generale: L’impepata di cozze che dà il via a un contagio su scala globale, due truzzi dotati di Armatura Sacra che si fanno largo tra zombie atei, spose killer con motosega e vestitino di nozze strappato, ciccione indemoniate, uno splendido banchetto di nozze con buffet di carne umana nonché i primi, ingannevoli minuti precedenti ai titoli di testa.

Da guardare se proprio non avete niente di meglio da fare, per farvi due risate.

Voto: 5/6

Su una scala che va da “guardalo in streaming su siti pirata di dubbia provenienza” a “non sottrarre prezioso tempo alla tua vita e guardati il trailer su youtube, che tanto ti spoilera tutta la storia”.

– 007 Skyfall

Per la serie “meglio tardi che mai”.
E’ difficile per me riuscire a dare un giudizio completo su questo film. Dire che non sono mai stato un fan di James Bond è un eufemismo, visto che prima dell’uscita di Skyfall ero probabilmente riuscito a vedere solo 10 minuti di Goldfinger con un occhio mezzo chiuso.
Poi sapete come vanno queste cose.
Una recensione superpositiva di un autore che stimi parecchio, un’altra ancora migliore di uno che stimi ancora di più, poi lo specialone su Sky Cinema con 50 ANNI DI BOND a ripetizione [che un po’ la voglia è quasi riuscito a fartela scappare], il singolo che passa in radio ad oltranza, i pareri positivi praticamente unanimi che si moltiplicano…
Alla fine ho ceduto, signori della corte.

Ammetto la mia ignoranza in campo, ma a mia discolpa posso almeno dimostrare di aver cercato di recuperare il minimo sindacale [Casinò Royale, molto apprezzato, un po’ tutta la collezione Bond a spizzichi e bocconi e saltando a piè pari Quantum of SOLAce, che con un nome così non può che essere la merda cosmica di cui si legge in giro].


“Adesso faremo dei rigorosi test di verifica per agenti segreti. Io le dirò alcune parole e lei dovrà dirmi la prima che le viene in mente. Dopodichè, partitona a Ruzzle con tutto il dipartimento.”

Parte con il turbo, questo 007, con un inseguimento tra i più memorabili nella storia del cinema d’azione. Si inizia da una “normale” corsa tra moto nei vicoli di Istanbul e si finisce sul tetto di treni che sfrecciano su ponti ad altezze siderali, saltando su vagoni merci, escavatori ed elefanti che ballano l’hula-hop in bikini e scarpette di cristallo tacco-13 dentro enormi cerchi infuocati*.
*drammatizzazione

Tanto godibile nelle scene più movimentate, spettacolari ma sempre leggibili, quanto elegante nei cambi di ritmo, quando la storia rallenta e si lascia andare ad una vena nostalgico/malinconica insperata in un film del genere. Ai massimi livelli anche la fotografia, sempre ricercata e in alcuni casi piacevolmente sopra le righe (vedi sequenza a Shangai) nonché la recitazione dell’intero cast, con menzioni particolari per la compassata Judy “M.” Dench e l’antagonista Javier Bardem, con una performance di altissimo livello per certi versi simile al Joker di Ledger.

“Io e te siamo uguali, Bond.”
“Facciamo che ognuno rimane nelle sue mutande, nel dubbio.”

Skyfall è un film orgogliosamente sborone, ben consapevole di chi è, da dove viene e soprattutto dove vuole andare. Il mito 007 viene trattato col giusto rispetto ma senza timori reverenziali di sorta. È un agente invecchiato, stanco, continuamente sballottolato e suonato stile pugile (termine tecnico: crepat d’ mazzat’) a destra e sinistra.
Una lotta tra il nuovo tecnologico che avanza e il vecchio analogico che rimbalza.

Un ottimo film d’azione, impeccabile nella struttura e nella realizzazione, graziato da valori produttivi elevatissimi.
Mi dicono sia il miglior 007 di sempre.
E io ci credo.

Voto: 6/6

Su una scala che va da “ma chi è ‘sto James Bond?” a “mamma, da grande voglio fare l’agente segreto!”.